PEDAGOGIA DELLA SCENA
CORSO INTERNAZIONALE DI FORMAZIONE PER FORMATORI
Fondazione di Venezia
Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi
PROGETTO TRIENNALE DIRETTO DA ANATOLIJ VASILIEV
COORDINAMENTO SCIENTIFICO DI MAURIZIO SCHMIDT CON LA COLLABORAZIONE DI CRISTINA PALUMBO
IL PROGETTO
Alcune riflessioni
La necessità di questo progetto deriva da uno sguardo attento al sistema teatrale. Il processo di integrazione europea, le variazioni delle professionalità richieste dal mercato, la ciclicità intrinseca ai sistemi culturali richiedono ai vecchi saperi della scena di applicarsi a nuovi linguaggi, nella necessità dell’emersione di nuovi soggetti e nuovi contesti teatrali. Tutto chiama ad un ricambio, che sia non solo generazionale, ma anche qualitativo; e il ruolo della pedagogia assurge così ad una importanza nuova in queste circostanze.
Sta cambiando il mercato del lavoro, ma sta cambiando sensibilmente anche il mercato dello studio. Oggi in Italia nel teatro viviamo un paradosso: vi è più offerta di formazione che domanda di formazione, proprio laddove poi nel mercato vi è più offerta di lavoro che domanda di lavoro. I potenziali allievi si affacciano così su un “mercato dello studio” dove spesso i valori sono irriconoscibili e poi, dopo il diploma, su un “mercato del lavoro” che è per buona parte in una situazione di stallo, di risorse scarse, di privilegi acquisiti.
E’ diffusa la sensazione che non ci siano più maestri, o che quelli che ci sono non trasmettano i propri saperi; addirittura che ci sia una diffusione di falsi maestri o di maestri poco qualificati.
Il tema della pedagogia teatrale, come ci è stata trasmessa dal 900 è ovviamente più complesso di queste affermazioni generiche. Certamente veniamo da un secolo in cui la tripartizione dei ruoli del teatro: ATTORE / REGISTA-DRAMMATURGO / PEDAGOGO è stata attraversata in tutti i sensi. Frequentemente la funzione pedagogica è coincisa con la figura del regista all’interno dei gruppi che hanno segnato le grandi esperienze innovative; così come, nelle accademie, spesso è coincisa con la figura di un teatrante disoccupato che fa, con gli studenti, un secondo lavoro.
Certamente si può in termini generali dire questo: se è vero che per il ruolo dell’attore e del regista è riconosciuta la necessità di un talento individuale, di un tempo di studio e di un curriculum di sviluppo professionale, la stessa cosa non si può dire per il mestiere del pedagogo.
Eppure la funzione pedagogica richiede certamente una dose di talento specifico che non coincide necessariamente con quello richiesto per gli altri due ruoli. Richiede certamente maggiori competenze, maggiore studio e soprattutto maggiore tempo. Il tempo richiesto per la formazione di un maestro è doppio, triplo rispetto a quello richiesto dagli altri due ruoli. Forse è per questa complessità ed intrinseca antieconomicità che la nascita alla pedagogia teatrale è stata negli ultimi decenni casuale, determinata solo da una forte investimento di alcuni individui su se stessi. Non esistono corsi strutturati di pedagogia teatrale. Solo saltuarie (e meritorie) esperienze in cui al valore teatrale si aggiunge giocoforza quello pedagogico: alcune anche di eccezionale valore.
Eppure la cosa più importante da dire in proposito è quella che segue: un buon pedagogo può influenzare il sistema teatrale come nessuno degli altri due ruoli. L’influenza sul sistema culturale di un pedagogo è – come dire – “al cubo” rispetto a quella di un artista. Da una esperienza di trasmissione magistrale possono nascere teatri, spettacoli, attori, movimenti artistici. Tutta la storia dell’ultimo secolo su questo punto è molto chiara.
Quindi parlando di pedagogia teatrale e formazione dei formatori ci affacciamo su un paradosso: quello che è il ruolo nevralgico del sistema è il più sottodeterminato. Il sistema teatrale italiano investe abbastanza su azioni di qualificazione del ricambio generazionale a breve termine; ma poco sulle azioni a più lungo termine che mirino ad un risultato di “seconda generazione” quale è quello atteso dalla qualificazione dei pedagoghi.
Alcune domande
Si può insegnare la pedagogia?
La risposta forse è: tanto quanto l’arte dell’attore e del regista. Vi sono elementi trasferibili in quanto “scientifici”, vi sono elementi che devono svilupparsi in libertà in quanto espressione di talento e di genio: cosa che però può avvenire solo se ci sono un luogo ed un tempo a disposizione.
Si può insegnare la pedagogia senza la pratica con degli allievi?
Certamente no. Ma chi darebbe in mano i propri allievi a degli apprendisti pedagoghi? I primi “allievi” dovrebbero essere gli allievi pedagoghi…
E poi: si può organizzare uno studio della pedagogia teatrale impostandolo su dei giovani alle prime armi, quali sono quelli che frequentano le scuole di teatro? Altrettanto certamente no: la vocazione alla pedagogia non può che costituire una fase avanzata dell’incontro con il teatro.
E allora: come può essere possibile coniugare formazione avanzata per soggetti già attivi nel sistema con continuità e tempo dell’insegnamento?
E ancora: come risolvere il problema dell’economia “di lusso” della formazione alla pedagogia?
E’ evidentemente molto costoso investire su un numero limitato di talenti per una formazione che richiede a lungo dei maestri di primissima fila. Nel teatro italiano latitano gli ammortizzatori sociali esistenti in proposito in altri sistemi europei; né è percorribile la strada di cofinanziamento con l’azienda tipica dell’alta formazione in altri ambiti; né si può immaginare in questo caso un sistema di autofinanziamento. Gli allievi non potrebbero essere che pochi, la cifra di iscrizione esorbitante, le possibilità di accesso impari e immediata la caduta di qualità del processo didattico.
E’ un problema che è giusto analizzare senza remore. L’alta formazione riguarda quegli anelli della catena professionale che sono i più deboli perché agli inizi di una difficile carriera; sono quei giovani (non più giovanissimi) su cui la collettività ha già investito offrendo loro la frequentazione delle accademie sovvenzionate. Tale investimento rischia di non andare a buona conclusione senza un ulteriore step formativo: però la comunità (almeno in Italia) ritiene che questo step non possa essere di propria competenza. L’alta formazione è quindi molto contigua al possibile sperpero delle risorse pubbliche: a meno di poter realizzare un ulteriore investimento che può far tornare indietro raddoppiato il capitale umano ed economico investito. Ma chi può essere il soggetto o i soggetti che si fanno carico del problema?
Per ora l’impossibilità di rispondere a queste domande crea in Italia la semplice elusione del problema. Tutti sono maestri e nessuno è maestro. Tutti gli allievi – sul libero mercato – sono in qualche modo cavie di un processo di autoapprendimento di possibili maestri del futuro. Tanti i seminari, nessuno abbastanza lungo da lasciare una traccia. Una infinità di corsi di teatro e parateatro a tutti i livelli. Molta ricchezza di esperienze, moltissimi talenti all’opera. Nessun tempo per insegnare ad insegnare e ad apprendere a far apprendere.
Lo schema di una proposta
Da riflessioni e domande disarticolate come le precedenti, nasce l’idea di creare un progetto che dia tempo ad una strategia di medio e lungo periodo per ciò che attiene la formazione formatori del teatro italiano ed europeo.
Si propongono due livelli di intervento:
1) l’investimento ad alto livello di qualità in un progetto triennale per qualificare la formazione di un gruppo di giovani docenti in parte identificati da accademie teatrali italiane ed europee (e già operanti all’interno delle loro strutture) e in parte talenti identificati per bando
2) la prospettiva di accompagnare la ricaduta sui territori di origine del lavoro dei giovani docenti attraverso una serie di azioni successive identificate in corso d’opera
L’iniziativa nasce dalla collaborazione congiunta di una istituzione pedagogica come la Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi e di un ente prestigioso come la Fondazione di Venezia; si sviluppa nell’obbiettivo della massima ricaduta sul territorio veneto di una tale esperienza e nella fiducia di coniugare il carattere europeo delle provenienze degli allievi e dei docenti con l’affascinante vocazione internazionale della città di Venezia.
Maurizio Schmidt
